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spunti&appunti
Da Graniglie mobili: disincanto e
depolarizzazione nei risultati elettorali, RES, aprile
2010.
Warning, graniglie mobili
In sintesi, le tendenze principali vanno verso la distinzione e la
conflittualità piuttosto che verso la convergenza e la
coesione:
1. L’aumento del ‘non voto’, con il
conseguente declino della rappresentatività elettorale,
è fenomeno consolidato nel tempo. È iniziato nella
seconda metà degli anni ’70. Da circa quindici anni ha
raggiunto un’estensione prossima a quella attuale.
C’è stato anche nelle tredici regioni in cui si
è votato a fine marzo: come segnala Demos&Pi-LaPolis,
nel 1995 ha votato l’81,5% degli elettori, nel 2000 il 73,2%,
nel 2005 il 71,5%, nel 2010 il 63,6%. Considerarlo effimero
è irrealistico, né si vedono oggi ragioni di un suo
riassorbimento spontaneo. Può allargarsi ulteriormente, in
una sorta di secessione silenziosa, lenta perché inefficace
e inefficace perché lenta.
2. La diversificazione del voto, affiorata tra le elezioni
del 2008 e quelle 2009. Si è vista anche alle recenti
elezioni regionali. Con il ridimensionamento dei due nuclei di
aggregazione (secondo l’Istituto Cattaneo, il PdL e il PD
perdono, rispettivamente, il 15% e il 26% dei voti delle regionali
del 2005), la crescita delle liste intermedie (sempre
secondo l’Istituto Cattaneo, la Lega e l’IDV aumentano,
rispettivamente del 99% e del 366%, i voti del 2005) e
l’apertura verso il ‘voto eccentrico’, su
liste tradizionali o nuove. Ha radici lunghe e potrebbe continuare.
Ed anche rafforzarsi, se una parte del ‘non voto’
decidesse di rientrare, incanalandosi, sia pure come compromesso,
su scelte elettorali di ‘voto eccentrico’. Non prima di
appuntamenti elettorali importanti, previsti fra tre anni.
3. L’intreccio tra esclusione sociale e voto
outsider, evidenziato dalla complementare correlazione
tra occupazione e voto insider. Che già interessa una
componente non trascurabile di elettorato, come mostra la sensibile
incidenza nel Mezzogiorno. Senza elezioni non ci saranno
conseguenze elettorali. Ma non è irragionevole attendersi un
aumento di conflittualità. Un possibile contrappunto alle
folate di mobilitazione provenienti da sedi istituzionali.
4. La geografia elettorale imperniata su macroregioni omogenee e
territorialmente continue. Tendenza in astratto neutra, ma con
più energia potenziale: amplia le possibilità del
cosiddetto federalismo. Venti regioni radicalmente diverse o,
all’opposto, sostanzialmente simili (con limitati scarti che
determinano fisiologiche alternanze nel loro governo) spingono
oggettivamente verso un approfondimento del regionalismo.
Quattro o cinque macroregioni rendono pensabili soluzioni
più radicali. Costituiscono, inoltre, aggregati
territoriali con maggior potere contrattuale nei confronti del
‘centro’ e incoraggiano movimenti e rappresentanze
sulla loro dimensione territoriale. Un campo di possibilità
più ampio, normalmente, comporta soluzioni e concordanze
più laboriose.
Un panorama non precisamente nuovo. Dove le aggregazioni del
consenso somigliano a montagne tenute insieme più
dall’imponenza della massa che dalle forze di coesione
interna (per chi ne abbia pratica, come i monti della Laga o il
sant’Angelo della Maiella). Instabili, facilmente erose, in
tutti i percorsi che le attraversano è possibile la caduta
di graniglie mobili. Anche quando non c’è il segnale
di pericolo.
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